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Epicondilite

Quante volte avete sentito parlare di "gomito del tennista"? Bene, la patologia in questione si chiama epicondilite ed è una tendinopatia inserzionale che interessa l'inserzione, sull'osso del gomito (la porzione di questo detta epicondilo), dei muscoli epicondilei delle dita e del polso (di quei muscoli cioè che permettono il piegamento all'indietro).
I colpevoli di queste tendinopatie inserzionali sono movimenti eccessivamente ripetuti o attuati con troppa intensità che finiscono per portare a una progressiva infiammazione della giunzione osteo-tendinea.
E se di solito si parla di "gomito del tennista", non è escluso che certe infiammazioni non possano derivare da altre discipline sportive, come pure non è detto che debba trattarsi per forza di una patologia esclusivamente sportiva.
Non sono rari casi simili riscontrati in casalinghe, pianisti o persone alle prese, a lungo, col computer. Comune denominatore di tutte queste situazioni è infatti l'uso eccessivo dei muscoli estensori delle dita e del polso, spesso unitamente a processi dismetabolici o posture scorrette.
E' evidente, quindi, quanto siano basilari certe precauzioni: da una corretta posizione di lavoro (i gomiti non devono stare troppo bassi), a una pausa ogni tanto. Nello sport, una valida prevenzione può essere rappresentata da un'attrezzatura tecnica adeguata, come pure da un allenamento "oculato".
Per combattere certe patologie è comunque necessario saperle riconoscere velocemente: il sintomo principale è il dolore spontaneo, in forte aumento se si esercita una pressione sulla zona dell'epicondilo. Il dolore in questione che tende ad espandersi verso l'avambraccio e rende difficoltose anche le più semplici attività quotidiane.
Per combatterlo è cruciale iniziare in tempi veloci la terapia, contattando al più presto lo specialista.
In ogni caso, riposo e ghiaccio (10-15 minuti per più volte al giorno) sono i primi due ingredienti per avviare la cura, ma anche un tutore antiepicondilite a fascia, (si acquista nei negozi di sanitari) è utile per mettere a riposo i muscoli estensori, riducendo così la tensione sull'osso.
Tra le terapie da effettuare all'interno di un centro specializzato, la più innovativa è la TECAR-terapia , da abbinare magari a qualche seduta di LASER-terapia.
In caso di persistenza della sintomatologia, si può ricorrere all’infiltrazione per mano di un ortopedico.Fondamentale è non trascurare, una volta risolta la sintomatologia dolorosa, l'analisi delle cause che hanno portato alla patologia. E' necessario, infatti, che siano anch'esse trattate, così da non incorrere in fastidiose forme recidivanti.

Che cos’è la malattia di Dupuytren?

È una malattia caratterizzata da un ispessimento e da una conseguente retrazione dell’aponeurosi palmare con conseguente flessione permanente di una o più dita della mano.

Chi colpisce?

La malattia colpisce più frequentemente i soggetti di sesso maschile verso i 50 anni di età, spesso bilateralmente.
Le dita più frequentemente interessate sono l’anulare e il mignolo. L’eziopatogenesi è tuttora sconosciuta.
La malattia fu codificata dal barone Guillaume Dupuytren (chirurgo francese 1777-1835) che nel 1826 descrisse il quadro clinico. Egli aveva infatti osservato che le dita del suo cocchiere tendevano a retrarsi in assenza di dolore; ipotizzò dunque che i microtraumatismi dovuti all’attivitè lavorativa potessero essere responsabili del quadro clinico.

Cosa provoca?

Il quadro anatomo-patologico è caratterizzato all’inizio da ipertrofia con formazione di noduli fibrosi nel contesto dell’aponeurosi palmare e quindi una successiva sclerosi retraente dell’aponeurosi stessa con formazione di cordoni.
I cordoni fibrosi retraendosi esercitano trazione a livello della loro inserzione alla base della falange distale provocando così una progressiva flessione irriducibile delle dita.

La cute sovrastante tende ad aderire alla aponeurosi sottostante ombelicandosi.
La malattia è subdola nel suo divenire in quanto non provoca quasi mai dolore; evolve di solito lentamente nel giro di alcuni anni.

A seconda della gravità del quadro clinico siamo soliti distinguerla in 4 stadi:

Stadio 1. Presenza del nodulo senza alcuna flessione delle dita.

Stadio 2. Flessione delle dita < 45°

Stadio 3. Flessione delle dita < 90°

Stadio 4. Flessione delle dita > 90°

Qual è il trattamento?

Il trattamento nel primo e nel secondo stadio è sicuramente fisioterapico e consiste nell’utilizzo della TECAR e della chinesiterapia passiva, mirata alla distensione dei tessuti,al recupero articolare e conseguentemente alla riduzione del dolore.

Negli stadi successivi il trattamento è quello chirurgico che non deve essere eseguito troppo tardivamente (stadio 4) quando le eccessive aderenze e le forti retrazioni cicatriziali non renderebbero possibile una completa ripresa funzionale,nemmeno con l’ausilio della successiva e indispensabile fase fisioterapica-riabilitativa.