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Frattura

La frattura è sostanzialmente la rottura di un osso a causa, generalmente, di una caduta.
Di solito l'osso si rompe trasversalmente, ma ciò non esclude rotture longitudinali, in direzione obliqua o a spirale. Le fratture possono essere "chiuse" quando le estremità fratturate dell'osso non lacerano la pelle o "esposte" quando invece avviene il contrario.
La frattura si manifesta con un gonfiore e un indolenzimento nella zona; a volta si può anche vedere un osso che sporge. Ovviamente c'è anche dolore: esso si intensifica con il movimento.
Per prima cosa è d'obbligo una radiografia; poi si avvierà la procedura di "riduzione", per ricollocare l'osso nella sua posizione naturale (in anestesia locale o con intervento chirurgico).
A questo punto, l'osso sarà immobilizzato così da aiutare i frammenti ossei a risaldarsi al meglio. Trascorso anche un periodo di convalescenza, inizierà una fase di riabilitazione mirata alla riattivazione dell'osso.
Quest'ultimo è un "organo", al pari di fegato o reni, metabolicamente attivo e strettamente connesso allo stato di salute dell'organismo e dall'attività fisica svolta. Infatti, un individuo costretto all'immobilità per lungo tempo è esposto ad un forte impoverimento della massa ossea.

L'osso fratturato presenta un'interruzione dell'architettura ossea, una lacerazione della membrana che riveste esternamente la superficie ossea (periostio) e una rottura del letto vascolare all'interno dell'osso (circolo endostale).
Il processo riparativo, che porterà alla guarigione dell'osso, inizia con un ematoma che si forma appena avviene la frattura i cui margini decadono a livello cellulare, così che l'osso necrotico viene rimosso. Il coagulo derivato dall'ematoma genera poi, attraverso una serie di processi, il callo fibroso che, tra le terza e quarta settimana, inizia a diventare callo osseo, avviando cioè quel processo di calcificazione che condurrà poi alla formazione di un osso ristrutturato. A partire circa dalla sesta settimana, prende il via anche la fase di rimodellamento (l'osso recupera poco alla volta la sua primitiva resistenza meccanica), un processo che potrà durare settimane o addirittura mesi.
Tutto questo processo rigenerativo apparentemente perfetto può essere però rallentato da alcune specifiche patologie o fattori (diabete, insufficienze renali, osteoporosi, infezioni ossee, esiti di radiazioni) o da particolari localizzazioni o posizioni della frattura (fratture articolari, eccessiva distanza tra i capi ossei fratturati, eccessiva mobilità di un capo osseo rispetto all'altro, interposizione tra un capo fratturato e l'altro di tessuto molle, un deficit di vascolarizzazione del distretto fratturato).

Che cos’è la malattia di Dupuytren?

È una malattia caratterizzata da un ispessimento e da una conseguente retrazione dell’aponeurosi palmare con conseguente flessione permanente di una o più dita della mano.

Chi colpisce?

La malattia colpisce più frequentemente i soggetti di sesso maschile verso i 50 anni di età, spesso bilateralmente.
Le dita più frequentemente interessate sono l’anulare e il mignolo. L’eziopatogenesi è tuttora sconosciuta.
La malattia fu codificata dal barone Guillaume Dupuytren (chirurgo francese 1777-1835) che nel 1826 descrisse il quadro clinico. Egli aveva infatti osservato che le dita del suo cocchiere tendevano a retrarsi in assenza di dolore; ipotizzò dunque che i microtraumatismi dovuti all’attivitè lavorativa potessero essere responsabili del quadro clinico.

Cosa provoca?

Il quadro anatomo-patologico è caratterizzato all’inizio da ipertrofia con formazione di noduli fibrosi nel contesto dell’aponeurosi palmare e quindi una successiva sclerosi retraente dell’aponeurosi stessa con formazione di cordoni.
I cordoni fibrosi retraendosi esercitano trazione a livello della loro inserzione alla base della falange distale provocando così una progressiva flessione irriducibile delle dita.

La cute sovrastante tende ad aderire alla aponeurosi sottostante ombelicandosi.
La malattia è subdola nel suo divenire in quanto non provoca quasi mai dolore; evolve di solito lentamente nel giro di alcuni anni.

A seconda della gravità del quadro clinico siamo soliti distinguerla in 4 stadi:

Stadio 1. Presenza del nodulo senza alcuna flessione delle dita.

Stadio 2. Flessione delle dita < 45°

Stadio 3. Flessione delle dita < 90°

Stadio 4. Flessione delle dita > 90°

Qual è il trattamento?

Il trattamento nel primo e nel secondo stadio è sicuramente fisioterapico e consiste nell’utilizzo della TECAR e della chinesiterapia passiva, mirata alla distensione dei tessuti,al recupero articolare e conseguentemente alla riduzione del dolore.

Negli stadi successivi il trattamento è quello chirurgico che non deve essere eseguito troppo tardivamente (stadio 4) quando le eccessive aderenze e le forti retrazioni cicatriziali non renderebbero possibile una completa ripresa funzionale,nemmeno con l’ausilio della successiva e indispensabile fase fisioterapica-riabilitativa.